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15 luglio 2011

IL PROTOCOLLO tra scuola e associazione qualifica la relazione con le famiglie

Il protocollo, stilato tra Ministro e Associazioni dei Genitori, rappresenta un punto di arrivo insperato, anche solo alcuni anni fa. Non era mai accaduto che le autorità si rapportassero direttamente con le associazioni dei genitori attraverso un “contratto ufficiale di  collaborazione”, riconoscendo loro una rilevanza pubblica. I genitori sono, così, riconosciuti e valorizzati in un rapporto ufficiale tra istituzioni e le loro associazioni rappresentative. Essi sono, infatti, una “componente sociale e scolastica” con esigenze, con interessi, con diritti comuni.
Il Protocollo si configura come un patto tra scuola e associazione dei genitori, ponendo su un piano di parità i due interlocutori, firmatari del documento. Con esso si dà rilevanza giuridica alle associazioni, come soggetto collettivo, con rilevanza pubblica, in grado di dialogare e collaborare autorevolmente con le istituzioni.
A livello nazionale è stato il Ministro a istituire e firmare il protocollo d'intesa (10/10/2007), a livello locale potrebbe farlo il dirigente scolastico, su proposta dell'associazione genitori. In questo modo la scuola non si ferma più ai rapporti individualistici con i singoli genitori, pur importanti nel seguire i singoli allievi, ma interloquisce con la loro associazione, riconosciuta come soggetto che rappresenta legittimamente gli interessi collettivi delle famiglie. 
Nel protocollo si possono affrontare le problematiche comuni, a cui far fronte con un accordo che impegna formalmente sia la scuola che l’associazione. Si supera lo spontaneismo, l’improvvisazione e la discontinuità, concordando gli impegni reciproci, finalizzati ad obiettivi comuni, concordati.
Il tradizionale volontariato dei genitori può venire riconosciuto e formalizzato nei contenuti e nelle modalità operative, come ad esempio:
- definire progetti da realizzare insieme in riferimento a “patti educativi territoriali” che coinvolgano scuola, famiglie e territorio nelle sfide della legalità, della cittadinanza, della conservazione del creato, della conciliazione dei tempi scolastici, familiari e lavorativi;
- “porre in essere congiuntamente iniziative volte a prevenire ogni fenomeno di violenza, di intolleranza tra i giovani”.
- “organizzare interventi di recupero per gli studenti che presentino insufficienze” per porre rimedio al fenomeno diffuso delle “lezioni private”,
- organizzare congiuntamente corsi di formazione per i genitori in riferimento alle problematiche partecipative ed educative;
- farsi carico delle difficoltà e delle carenze che emergono nella quotidianità dell’esperienza scolastica e familiare ed ambientale.
Il protocollo si configura come uno strumento prezioso per dare nuovo vigore e dinamicità all’autonomia di cui dispone l’istituto scolastico. Autonomia che sembra bloccata proprio perché non si è ancora concretizzata un’effettiva correlazione tra offerta scolastica e domanda delle famiglie. Mancando la domanda, viene meno lo stimolo determinante all’innovazione.
 L’autonomia della scuola significa, infatti, che ogni istituto può prendere decisioni, che prima erano predeterminate dall’amministrazione centrale.  Come a dire che ogni scuola ha degli spazi di “libera scelta”, come ad esempio ampliare l’orario delle lezioni, decidere attività richieste dalle famiglie, assegnare i fondi per un’iniziativa invece che per un’altra.
Questi spazi di scelta, purtroppo, sono poco valorizzate, anche perché le domande dei genitori, restando a livello individualistico, risultano diverse, frammentarie, spesso contraddittorie, quindi inefficaci nell’innescare il cambiamento.
Se nei protocolli l’associazione è in grado di portare a proposta unitaria la molteplicità delle esigenze, ad esplicitare meglio difficoltà e disponibilità collaborative, anche l’autonomia scolastica acquista significato e rilevanza nel miglioramento contino dell’offerta formativa.
Al contrario, sembra che nonostante i molti anni trascorsi dall’introduzione dell’autonomia, le scuole continuino negli atteggiamenti di dipendenza vittimistica, tipici della vecchia scuola statalistica, dove tutto era determinato dalla quotidiana circolare ministeriale e dove era quindi legittimo attribuire al Ministro ogni responsabilità delle disfunzioni e delle inefficienze.
Sembra  che non sia ancora recepito, a distanza di trentacinque anni, quello di una “scuola – comunità autonoma, governata democraticamente da dirigente, docenti e genitori, affidata alla corresponsabilità del Comune, della Provincia, della Regione e quindi dello Stato,”  in base al principio di sussidiarietà che “attribuisce compiti e funzioni all’autorità più vicina ai cittadini, al fine di favorire l’assolvimento delle funzioni di rilevanza sociale da parte delle famiglie, delle associazioni e delle comunità [scuole]” ((legge 59/1997).
I genitori, nella scuola autonoma, sono chiamati a viversi “da cittadini”, non da sudditi che si accontentano di quanto le autorità decidono. Essere “cittadini responsabili”, però, è pure un’istanza  difficile da concretizzare nella quotidianità dei comportamenti e dei rapporti con insegnanti, dirigenti e personale scolastico. Resta incombente il rischio di ricadere in atteggiamenti contraddittori tra la pigra dipendenza e la pretesa intransigente fino alla delega deresponsabilizzante. Vivere da cittadini non è affatto né facile né scontato, infatti, se implica dei diritti che ai sudditi non vengono riconosciuti, implica pure una serie di doveri, a cui non è facile far fronte con puntualità e coerenza. Trovare l’equilibrio tra la rassegnazione e l’aggressiva insofferenza  implica impegno, autocontrollo e soprattutto dedizione continuativa per il “bene comune”.
Forse la difficoltà maggiore sta nel trovare, nella frenetica incombenza degli impegni, il tempo da dedicare a “vivere la cittadinanza scolastica” nell’informarsi in modo puntuale, nel confrontarsi in associazione con altri genitori, nel ricercare insieme le soluzioni appropriate, nel cooperare generosamente a concretizzare quanto deciso, nell’esercitare un attento controllo sociale, affinché la scuola sia esperienza di maturazione per i propri figli. Oggi non si può più dire che manchino le opportunità per i genitori, al momento sembra piuttosto che manchino i genitori, disposti a “dare del proprio tempo” per occupare gli spazi che le normative offrono alla scelta delle famiglie.
Il protocollo è uno di questi spazi e va riempito di azioni e interventi, costituendo, anzitutto,  numerose associazioni che, in ogni scuola, siano in grado di concordare annualmente i contenuti.
Il protocollo può essere strumento importante per una relazione famiglia – scuola più matura, dove gli interlocutori, riconoscendosi reciprocamente dignità e importanza,  concordano ufficialmente la collaborazione, puntualmente definita nei compiti, in grado di far fronte alle difficoltà e a perseguire giorno per giorno il miglior servizio educativo per i figli – allievi.

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